La quarta bozza
Archive for minima moralia
15 Agosto 2008 alle 11:33 am · Nelle categorie editoria, gender, minima moralia
(Ovvero: roba che, se ci fosse ancora Cuore, andrebbe rubricata sotto “Chi se ne frega?”)
Ma se anche fosse vero che Kafka conservava in casa materiale pornografico, quale sarebbe il problema? Perché tanta ansia di sottolineare che non si tratta di pornografia hard core, ma di “rappresentazioni giocose, alcune in forma di caricatura”?
Cosa spinge l’establishment culturale britannico a tanta pruderie? (sì, la diatriba è tutta interna alla scholarship kafkiana britannica). Sarà che anche in UK a ferragosto bisogna tirar fuori storie di sesso, ma che essendo il Guardian un giornale serio, se proprio deve parlar di sesso preferisce metterci in mezzo la cultura?
Ma soprattutto, che ce ne importa? Vorreste dirmi che esiste uno scrittore famoso negli ultimi 2-3 secoli che NON abbia mai fatto uso di pornografia? No, aspetta, riformulo: vorreste dirmi che esiste un solo uomo che non ne abbia mai fatto uso?
E ovviamente (apro una parentesi) ciò vale anche per molte donne, solo che le donne rifiutano di ammetterlo: e la colpa può essere, alternativamente, del retaggio religioso oppure della stramaledetta crociata femminista contro la pornografia. Crociata che sinora non ha ottenuto altro risultato che di confinare il porno etero in un regno tutto maschile, in cui è perfettamente logico che la rappresentazione delle donne non sia realistica. E’ questione di domanda e offerta: quando le donne ammetteranno che è possibile riflettere in modo serio sulla questione; quando smetteranno di coprirsi gli occhi col prosciutto della “reificazione” e “mercificazione” e “degradazione” del corpo femminile; allora il mercato si accorgerà che la parità dei sessi è economicamente vantaggiosa. [Consiglio in proposito questa lettura.]
Detto ciò, i difensori della morale di Kafka – almeno stando all’articolo – sono quasi tutti maschi. Ma è curioso che accusino lo storico in questione di essere “bigotto” per il solo fatto di aver dimostrato l’esistenza di quel materiale porno (o semi-porno). Sono curiosa di leggere il suo libro per capire se davvero si tratta di facile sensazionalismo e una gretta trovata di marketing, oppure se per caso i bigotti non siano proprio gli altri storici, che sapevano dell’esistenza di quel materiale ma hanno scelto di non parlarne in nessuna biografia di Kafka. Perché, sai, non sta bene parlarne.
Dio solo sa cosa succederebbe se saltasse fuori della pornografia gay fra le carte di Proust. (O è già successo? non sono informata.)
Tags: femminismo, giornalismo, kafka, letteratura, libri, pornografia, proust, storia, uk
29 Luglio 2008 alle 1:49 pm · Nelle categorie gender, italianiiii, minima moralia, pop
Prima ce la menano per anni con la storia delle modelle anoressiche, che i negozi sono pieni solo di taglie 38, che c’è la dittatura delle magre. Che le vere donne, quelle morbide creature che amano la buona tavola e sprizzano rotonda allegria da tutti i pori, e che costituirebbero la stragrande maggioranza della popolazione femminile, non trovano uno straccio da mettersi. Tapine.
Poi si constata che, negli ultimi giorni di saldi, da Zara sono rimaste solo taglie L e XL.
Orbene, chi li compra tutti quei tailleur taglia XS/36, sottraendomeli da sotto il naso? Bambine dodicenni?
Credo che la faccenda sia più complessa, e che in realtà i negozi discriminino nei confronti di tutte le taglie “fuori dalla media”, cioè non solo quelle sopra la 46, ma anche quelle sotto la 40. Taglie che non conviene tenere perché vendono di meno. A me per esempio la XS di Zara (che è una 36 francese, cioè una 40 italiana) sta molto larga, perché in teoria porterei almeno due taglie in meno (32FR = 36ITA). Morale: finisco per vestirmi quasi solo nei negozi per adolescenti, gli unici che vendano pantaloni taglia 32 (jeans 24-25) e che ammettano l’esistenza di donne prive di seni.
Ma non mi lamento. Il mio medico concorda con me: sempre meglio cinque chili sottopeso che cinque chili sopra. Per il cuore, per il colesterolo, per tutto quanto. Chi se ne frega dell’estetica, e dei vestiti, e del politicamente corretto. Non vorrei mai portare una taglia 42.
Bene. Ora mi siedo comoda e attendo che l’esercito delle vere donne (= quelle “mediterranee, polpose, con un po’ di carne intorno alle ossa, che a palparle non ti viene la tristezza”) giunga a rimbrottarmi. Del resto non ho mai preteso di essere una “vera donna”. Sai chi se ne sbatte. Andate a palpare qualcun’altra, ché io sto già a posto così.
Oh, a proposito, sto leggendo questo libro, è straordinario. Ci sarebbe tanto da dire, sulle “vere donne”, avendone il tempo.
Che cosa vuol dire appartenere al genere femminile o maschile? E’ davvero così facile distinguere un uomo da una donna? Judith Butler è convinta del contrario, e in questo libro affronta i luoghi comuni che si nascondono dietro la presunzione di poter assegnare un’identità in base al sesso biologico.
Tags: gender, moda, società
3 Giugno 2008 alle 10:11 am · Nelle categorie autoreferenzialità, minima moralia, traduzione
Un commento di enneemme al mio post precedente, sempre a proposito del mestiere del traduttore: rispondo in forma di post perché come commento era lunghetto. E poi forse può stimolare altre conversazioni.
Ma più che sul “come si diventa traduttore editoriale” – in mille e più modi, secondo me, ognuno secondo un suo tragitto personalissimo e pressoché irripetibile – io credo che abbia molto più senso interrogarsi sul “come si resta traduttore editoriale”, ovvero sul “come vivere o almeno sopravvivere di questo mestiere”. Perché iniziare a tradurre e anche portare a casa più libri tradotti, se è questo che si vuol fare, bene o male, chi prima e chi poi, si fa. È il dopo a essere più difficile. È quando cominciano a venire meno le forze, l’entusiasmo e forse pure la passione; è quando la gratificazione per aver tradotto questo o quel libro, questo o quell’autore, comincia a non bastare più; è quando ti viene da chiederti “Ma questa è vita? È questo che voglio fare per sempre?” che la strada si complica. Imho, of course.
Mah. Anzitutto non vorrei dare false speranze ai wannabe traduttori che approdano qui: personalmente ho qualche dubbio sull’ottimistica visione per cui “prima o poi ce la si fa”. Nella mia breve esperienza editoriale ne ho visti fallire più d’uno. La concorrenza è spietata, e non sai mai quando e se ti arriverà il prossimo libro. In questo senso è vero che “il dopo è più difficile”; nel senso che è difficile sempre. Come ogni forma di lavoro autonomo.
Quanto alla passione, la gratificazione, bla bla bla, a mio avviso sono subordinati a una domanda molto più semplice: riesco ad arrivare alla fine del mese? Perché alla fine il succo è tutto qui.
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Tags: lavoro, traduzione
11 Novembre 2007 alle 4:46 pm · Nelle categorie blogging, minima moralia

Aggiornamento (12 novembre): L’autore del post che linko qui sotto è intervenuto nuovamente sull’argomento Tre/Skypephone, e chiede di far girare anche la parziale (parziale, badate bene) rettifica. La trovate qui. Il succo della questione, secondo me, resta: l’offerta Tre è fumosa e contraddittoria, e il servizio clienti potrebbe essere migliore. Dal momento tuttavia che - nella mia limitata esperienza - ciò sembra essere vero per qualsiasi operatore telefonico in questo Paese (e ve lo dice una che ha passato l’ultima settimana a studiarsi i piani tariffari di tutti quanti), sto ancora meditando di prendere il Nokia E90 con il comodato.
(Messaggio di pubblica utilità)
Era troppo bello per essere vero.
Segnalo anch’io, come tanti prima di me, l’ottimo post di Francesco Minciotti, che mostra con lucidità e precisione le tante magagne dell’offerta 3 relativa al nuovo SkypePhone. A ulteriore dimostrazione che ogni tanto i blog servono a qualcosa, perlomeno agli altri blogger.
La chiusa del post, in particolare, è magistrale: l’ho già tumblerata, ma credo meriti la massima visibilità (e Tumblr oggi fa le bizze) quindi la riporto anche qui:
[Il titolare del negozio 3] mi fa: «Vedi co’ cchi me tocca combatte tutto ‘r giorno? Se tu eri un giornalista, sai che figura de mmerda c’aveva fatto…»
Già. Se fossi stato un giornalista. Se lo fossi stato e 3 fosse stato il mio inserzionista pubblicitario, forse avrei avuto l’ordine di scuderia di tenere la bocca chiusa. Ma, sono un blogger, e nessuno mi chiuderà il forno.
[…] Diffondere, prego.
Diffondo con estremo piacere. Morale della storia: leggere sempre gli asterischi e le clausole in corpo 7 grigio chiaro.
Postilla personale: Comprare lo Skypephone non rientrava nei miei progetti; ma come forse saprà chi di voi mi segue su Twitter e nei commenti su altri blog, ho intenzione di comprare un Nokia E90, e l’offerta 3 mi sembrava molto conveniente. Ma a questo punto ci penserò bene prima di farmi allettare dai 400 euro di “sconto” con la formula del comodato/noleggio - che mi legherebbe alla Tre per la bellezza di trenta mesi -, ed esplorerò attentamente le offerte dei vari operatori (ho sentito dire che l’offerta dati di Wind è ottima, sarà vero?).
skype skypephone telefonia Tre cellulari
10 Novembre 2007 alle 12:09 pm · Nelle categorie italianiiii, minima moralia, nerdiness
Purtroppo si rende necessaria una seconda puntata. La prima puntata è qui. Non escludo una terza.
Altra casistica di violentatori dell’italico idioma:
- Quelli che per puro caso ci indovinano, e scrivono dà (voce del verbo dare) con l’accento, e tu dici: ah be’, hanno studiato, bravi. Solo che poi li vedi che scrivono egli fà (voce del verbo fare) io stò (verbo stare) e sù (contrario di giù). E ti si accapona la pelle.
- Quelli che scrivono bhe o addirittura (Zeus abbia pietà di noi) bhè. Essendo un troncamento di “bene”, si scriverà be’, con l’apostrofo. Al massimo potete azzardare beh con l’acca, che però è più deprecato del tag <center> a una cena sociale del comitato direttivo del W3C; e se vi imbattete in un redattore di professione tipo yours truly, l’acca farà una brutta fine. (Io però scrivo tranquillamente “beh” in chat o su un forum, perché comunque non è scorretto.)
- Quelli che esagerano con i congiuntivi, mettendoli anche dove non servirebbero, per timore di passare per ignoranti; dicesi: ipercorrettismo. Per esempio: “E’ giusto che chi commetta un reato ne paghi le conseguenze”. Non starò a spiegarvi che, dal momento che il verbo commettere non dipende dal “che” (e il soggetto del verbo pagare è “colui il quale commette un reato”)… be’, ci arrivate da soli. (Approfondimenti qui e qui)
- Quelli che sbagliano il congiuntivo quando si riferiscono a se medesimi. Ciò accade con allarmante frequenza su Twitter, dove è abitudine parlare in terza persona, e capita spesso di leggere cose esilaranti tipo “@XY crede che non si senta troppo bene”. Senta? Senta, chi? Chi non si sente bene? Suo cugino? Il gatto? Poi capisci che è lo scrivente ad avvertire i prodromi dell’influenza. E che avrebbe potuto benissimo scrivere “@XY crede di non sentirsi troppo bene”. E allora anche tu non ti senti granché bene.
- Quelli che scrivono un’amico e un amica con gli apostrofi a caso. Gente con due lauree, giuro.
- Quelli che ignorano la punteggiatura e conoscono solo i tre puntini … e peraltro … lasciano uno spazio di troppo … prima … di scriverli … come fosse un omissis all’americana … perché se fosse all’italiana … ci vorrebbero le quadre … così […] ma loro sono italiani … e fieri della bella lingua che credono (… illusi! …) di saper parlare … e quindi ti ritrovi interi post di quaranta righe scritti così … e non capisci dove finisce una … frase … e inizia l’altra … e ti viene da piangere …
- Quelli che fanno uso dell’abominevole aggettivo dimostrativo (A.A.D.): tale. L’A.A.D. non andrebbe mai usato quando si scrive con tono colloquiale. A esser pignoli, non andrebbe mai usato al di fuori di un verbale dei Carabinieri o di un atto notarile. Avete presente? Quelli che scrivono di un film, e li si legge con piacere per mezza pagina, finché all’improvviso non iniziano un capoverso con “Tale film…”.
- Quelli che scrivono perchè e sè con l’accento grave. Il correttore automatico di Word ve li corregge, ma Wordpress no (ci vorrebbe un plugin).
Ciò di cui mi stupisco è che ci sia bisogno di ricordare queste regolette a gente che ha un diploma di maturità o magari una laurea. Non sono giunta a conclusioni migliori di quelle del post precedente: dev’essere colpa della scuola italiana.
(P.S. già che sono in tema di Twitter: come ha giustamente fatto osservare Suzukimaruti tempo fa, per twittare in inglese bisogna saperlo, l’inglese. Occorre sapere cose del tipo “to look e to listen non sono verbi transitivi”, per intenderci. Certo che, non sapendo nemmanco l’italiano, ce li voglio.)
italiano grammatica twitter congiuntivi
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